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Fattori di rischio per il suicidio

(A cura di M. Pompili)

 

I maschi commettono il suicidio più frequentemente rispetto alle donne con un rapporto di 3:1, con stabilità per tutte le epoche della vita. Le donne tuttavia hanno una probabilità di quattro volte superiore di tentare il suicidio. Un numero crescente di prove conferma che gli individui giovani omosessuali e bisessuali sono particolarmente a rischio di suicidio.

L’incidenza del suicidio aumenta con l’età. Tra gli uomini un picco di rilievo si riscontra dopo i 45 anni, mentre per le donne dopo i 55 anni. Tassi di 40 suicidi per 100.000 individui sono rilevabili dopo i 65 anni. Gli anziani tentano il suicidio meno frequentemente rispetto ai giovani, sebbene i loro tentativi spesso esitano nella esecuzione del suicidio. I suicidi dell’anziano rappresentano una quota importante dell’ammontare complessivo delle vittime per tale gesto, sebbene essi rappresentino solo una percentuale esigua della popolazione generale. Nei maschi tra i 15 e i 24 anni il tasso di suicidio è stato del 40% tra il 1970 e il 1980 con continua crescita successiva. Nelle femmine della stessa classe di età si è registrato solo un lieve incremento. In questa fascia di età il suicidio è secondo alcuni dati la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali e gli omicidi. Tra gli uomini della fascia di età 25-34 anni il tasso di suicidio è aumentato di circa il 30%. Se nel passato il suicidio era più frequente tra gli anziani, le recenti statistiche indicano che la maggiore incidenza è nella fascia di età 15-44 anni

Il tasso di suicidio tra gli individui di razza caucasica è circa il doppio rispetto agli individui di altre razze, anche se si registra un crescente numero di suicidi tra gli individui di colore, negli stati uniti nel 1989 il tasso di suicidio dei maschi bianchi è stato 1,6 volte più alto rispetto ai maschi di colore; 4 volte più delle femmine bianche e 8,2 volte in più rispetto al tasso di suicidio delle femmine di colore.

Nelle popolazioni cattoliche il suicidio è stato sempre minore rispetto ai protestanti e agli ebrei. Una spiegazione che è stata proposta è quella che considera il grado di ortodossia e di integrazione come un indicatore più accurato rispetto alla semplice affiliazione religiosa. Nei paesi islamici i suicidi sono sostanzialmente minori rispetto a quelli buddisti.

Il matrimonio, soprattutto se accompagnato dalla presenza di figli, può agire da fattore protettivo nei confronti del suicidio. Tra le persone sposate il tasso di suicidio è di 11/100.000 nella popolazione degli Stati Uniti. Gli individui mai sposati hanno un tasso di suicidio doppio rispetto agli individui coniugati. Coloro che sono stati sposati hanno un tasso di suicidio ancora più alto più alto dei “single”; in particolare 24/100.000 per i vedovi; 40/100.000 per le persone divorziate e se ci riferisce al sesso di coloro che hanno interrotto il matrimonio, i tassi sono di 69/100.000 per gli uomini solo del 18/100.000 per le donne.

La disoccupazione è un fattore di rischio per il suicidio. Da questa condizione derivano altri due fattori di rischio, come il deterioramento del ruolo sociale e l’indigenza. Tuttavia anche coloro che godono di un’occupazione stabile e di alto rilievo risultano a rischio di suicidio. In particolare i medici sono una categoria professionale tradizionalmente riconosciuta a rischio di suicidio, con particolare incidenza tra li psichiatri, gli anestesisti, gli oculisti, anche se si registra un’omogenizzazione tra tutte le specializzazioni. Altre figure professionali a rischio sono i musicisti, i dentisti, i magistrati, gli avvocati e gli assicuratori.

Il clima sembra non rivestire un ruolo di rilievo come fattore di rischio per il suicidio. Un lieve aumento dei suicidi si registra in primavera ed autunno e contrariamente alle credenze popolari non vi è un aumento dei suicidi durante le vacanze natalizie o durante altre vacanze.

Esiste una relazione tra salute fisica e suicidio. Una storia di precedenti trattamenti medici sembra correlarsi precedentemente con rischio di suicidio. Infatti il 45% delle persone che commettono il suicidio hanno ricevuto visite mediche nel mese precedente la morte. Studi post-mortum dimostrano che una patologia organica è presente in una percentuale che varia dal 25 al 75% di tutte le vittime del suicidio. Alcune patologie endocrine sono associate ad un aumentato rischio di suicidio, tra le quali: il morbo di Cushing, la sindrome di Klinefelter e la porfiria. I disturbi dell’umore inoltre sono rintracciabili in queste patologie. La cirrosi epatica e l’ulcera peptica sono patologie gastro-intestinali che presentano un aumentato rischio di suicidio. L’ipertrofia prostatica e le patologie renali trattate con emodialisi presentano inoltre variazioni di umore e sono correlate con un più alto rischio di suicidio. Un fattore protettivo per il suicidio è stato identificato nella gravidanza, con una riduzione dei tassi di suicidio tra le donne prese in esame da 3 a 20 volte. Un elevato rischio di suicidio è stato riconosciuto tra i soggetti affetti da HIV/AIDS, cancro cerebrale e sclerosi multipla.

Rischio di suicidio nei pazienti ospedalizzati

I dati della letteratura indicano che il periodo del ricovero in ospedale è un fattore di rischio per il sucidio. Questo risulta ancor più allarmante se si considera che molti pazienti accedono alle cure ospedaliere in quanto presentano un elevato rischio di togliersi la vita; inoltre il ricovero non sembra, nonostante cure scrupolose, intaccare efficacemente il rischio di suicidio. Il periodo immediatamente seguente le dimissioni è poi quello in cui si verificano il maggior numero di suicidi. Sembra infatti che nei giorni seguenti il ritorno alla propria dimora i pazienti decidano di compiere l’atto, ponendo dunque l’accento sul ruolo del ricovero come un fattore importante nella precipitazione dell’evento suicidario.

In questo paragrafo si fa riferimento a pazienti schizofrenici in quanto sono stati quelli maggiormente studiati in letteratura ma si ha motivo di ritenere che tali dati siano comuni anche a pazienti con altre diagnosi psichiatriche.

La tabella 5 riporta i fattori di rischio per il suicidio in pazienti schizofrenici ricoverati

 

Molti suicidi avvengono durante permessi dall'ospedale e i mezzi con i quali questi pazienti raggiungono il loro scopo sono spesso violenti (saltare contro treni o autovetture, precipitazione da edifici, impiccagione) (Shah e Ganesvaran, 1999). Circa la metà dei suicidi dei pazienti schizofrenici avviene durante l'ospedalizzazione; inoltre la percentuale di tentativi di suicidio nelle prime fasi  del ricovero è  allarmante (James et al, 1990).

Nei pazienti ricoverati per schizofrenia il suicidio è spesso imprevedibile in quanto il paziente fornisce pochi segni del suo intento (Schwartz et al, 1975; Nyman e Jonsson, 1986). La previsione si presenta dunque estremamente difficile, soprattutto se si considera che i pazienti che commettono il suicidio spesso erano quelli giudicati in via di miglioramento e solo raramente avevano presentato un comportamento suicidario evidente (Morgan e Priest, 1991; Allebeck et al, 1986; Goh et al, 1989).

Quei pazienti che presentano molte ricadute e sono resistenti al trattamento possono essere considerati dallo staff medico come manipolativi, irragionevoli, eccessivamente dipendenti e falsamente disabili (Schwartz et al, 1975; Morgan e Priest, 1984; 1989; Kullgren, 1988) inducendo lo staff medico a prestare loro minore attenzione e solidarietà. La combinazione dell'alienazione e delle idee fluttuanti di tipo suicidario può portare ad un mancato riconoscimento della serietà del rischio a cui questi pazienti sono esposti (Shah e Ganesvaran, 1999).

E’ stato evidenziato (Rossau e Mortensen, 1997) inoltre, che il rischio di suicidio è estremamente alto nei primi cinque giorni dopo le dimissioni e che, anche nei ventotto giorni che seguono l'allontanamento dall'ospedale, il rischio continua a essere quello valutato nella prima fase di ammissione. Inoltre anche l'ammissione per qualsiasi patologia organica aumenta il rischio nei periodi successivi.

Roy e Drapper (1995) nel riconoscere il rischio di suicidio nei pazienti ricoverati, sottolineano che il programma di dimissione conduce alla dolorosa realizzazione da parte del paziente di essere in procinto di perdere il suo ambiente e il contatto con il personale della struttura; che la famiglia del paziente suicida è spesso impreparata ad accoglierlo e che al momento della dimissione il paziente suicidandosi realizza quello che per molte volte aveva solo tentato di fare.

Saarinen et al. (1999) hanno accertato che l’équipe curante ha delle difficoltà a relazionarsi con pazienti schizofrenici a rischio di suicidio assumendo un comportamento fortemente stigmatizzante. In presenza di problemi personali e familiari il livello di vigilanza nei confronti di pazienti a rischio di suicidio si abbassa favorendo l’esecuzione dell’atto.

  

Un possibile fattore che può compromettere l’abilità dello staff infermieristico nel riconoscere il rischio di suicidio è lo stress lavorativo o ancor peggio il burnout.  Pompili et al (2006) hanno eseguito uno studio che includeva 120 infermieri appartenenti all’area della medicine d’urgenza, della medicina interna e della psichiatria. Somministrando il Maslach Burnout Inventory, il Gleser and Ihilevich’s Defense Mechanisms Inventory la Beck Hopelessness Scale, gli autori hanno rilevato che il burnout e specifici elementi comportamentali e psicodinamici (proiezione, aggressione rivolta verso se stessi, esaurimento emotivo “emotional exhaustion”) possono non solo esporre gli operatori sanitari ad un maggior rischio di suicidio ma anche impedire una efficace azione preventiva nei pazienti a rischio.

 

 

 

 

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Dipartimento di Neuroscienze, Sapienza Università di Roma