Chi sono i Survivors?

Chi sono i Survivors?

Sono coloro che hanno perso un caro, un parente o un amico a causa di gesto suicida.

Dove c’è un suicidio c’è un survivor anzi, secondo Colt (1991) per ogni sucidio ci sono, più o meno, 6 o 10 survivors che hanno sperimentato un evento traumatico di enorme portata. I survivors sono candidati ad uno stress che avrà pesanti conseguenze sul funzionamento individuale, relazionale, sociale e lavorativo.

Recentemente (Pompili et al ) è stato evidenziato come il dolore di aver perso un caro per suicidio sia insidioso e pervasivo, tanto da devastare intere famiglie, con ulteriori casi di morte per tale causa.

Psychache. Un suicidio porta via con sé un non detto, un segreto, una sofferenza che potrà essere ereditata dai cari che rimangono. Psychache è il termine utilizzato da Shneidman (2004) per definire il tormento della psiche, che è figlio del dolore mentale, che sappiamo essere l’ingrediente base del suicidio. Il Padre della suicidologia vedeva nella vergogna, nella colpa, nella rabbia, nella solitudine e nella disperazione le fonti principali del dolore psicologico, sentimenti appartenuti al suicida che diventano ben presto caratteristiche dei survivors. L’American Psychiatric Association considera il trauma derivante dalla perdita di un caro per suicidio “catastrofico”, come quello di un’esperienza fatta in un campo di concentramento.

Stigma, pregiudizio e vergogna

Uno dei problemi più grandi legati al suicidio è lo stigma, ossia un marchio che è associato a coloro che hanno tentato il suicidio o alle persone che hanno perso un caro per suicidio.

Solitamente le persone che affrontano un lutto sono comprese e ricevono compassione, nonché sostegno; non si può dire lo stesso per coloro che hanno perso un caro per suicidio (Pompili M, www.prevenireilsuicidio.it) .

Senso di colpa

A differenza di altri decessi, in cui la responsabilità dei cari non è messa in discussione, in quanto la morte sopraggiunge per malattia, incidente o vecchiaia,  nel caso del suicidio, le persone che avevano anche un minimo contatto con il suicida, si domandano se avrebbero potuto in qualche modo evitare, ostacolare e quindi prevenire l’atto letale. I survivors sono persone che si sentono colpevoli per non essere stati presenti in quel momento, per non aver capito, per non aver impedito, per non aver chiesto aiuto, per non aver visto.

Modello di intervento

Fase 1: autopsia psicologica

In un primo incontro, ampio spazio è dato alla narrazione della storia del suicida, una narrazione che è spesso faticosa e dolorosa, ma che si configura come un vero e proprio intervento terapeutico. E’ un momento importante in cui i survivors possono raccontare la storia di vita del suicida in un contesto protetto, non giudicante, comprensivo del dolore.

Si propongono 2 incontri di autopsia psicologica col fine di conoscere a fondo la storia individuale, relazionale e clinica del suicida.

I due incontri hanno un costo di 60 €.

Fase 2.

In seguito all’autopsia psicologica si propongono ai survivors alcuni probabili percorsi terapeutici:

Terapia individuale;

Terapia familiare;

Terapia di gruppo.

Il percorso terapeutico da intraprendere è costruito insieme ai survivors. 

 

Bibliografia

  • Colt GH., The enigma of suicide. New York: Simon & Schuster, 1991.
  • Grad O.T., Clark, S., Dyregrov, K., & Andriessen, K. (2004). What helps and what hinders the process of surviving the suicide of somebody close? Crisis, 25, 134–140.
  • Pompili M. et al., La prevenzione del suicidio è possibile e riguarda tutti. Psichiatria e Psicoterapie (2005).
  • Pompili M. et al., Stigma e rischio di suicidio. Overview,. Psichiatria e Psicoterapia (2006), 25,1,36-47
  • Shneiman E. S., Autopsy of a suicidal mind. Book Review. Clinical Neuropsychiatry (2005). 2,2,128-129

 

Leggi il documento "Survivors Programma intervento 2012"