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I
sopravvissuti, la popolazione di coloro che hanno perso
un caro per suicidio
(A cura di M. Pompili)
Introduzione
I
sopravvissuti del suicidio (survivors of suicide)
sono i membri della famiglia e gli amici che
sperimentano la perdita di un caro a causa del suicidio
(McIntosh, 1993).
Nonostante i numerosi sforzi da parte di istituzioni ed
organizzazioni, allo stato attuale mancano ancora dei
protocolli che descrivono come meglio aiutare queste
persone. Molte indicazioni provengono da studi
aneddotici o da piccoli campioni di soggetti.
Un
altro problema riguarda la divergenza sul lutto, che in
alcuni casi è assimilato a quello della perdita di una
persona amata, morta per una causa diversa dal suicidio,
mentre in altri avrebbe tratti diversi: necessità di più
tempo, più ambiguità, più difficoltà nella gestione,
correlazione a sentimenti inaspettati (Farberow, 1991,
1992; Cleiren 1993; Cleiren et al, 1996; Grad e Zavasnik
1996, 1999). Infatti, il dolore inerente alla perdita di
un caro a causa del suicidio sembra avere delle
caratteristiche peculiari che lo distinguono dal dolore
per la perdita di un caro per altre cause (Barrett e
Scott, 1990; Bailey et al, 1999; Harwod et al, 2002).
La
perdita di un caro per suicidio e’ inaspettata, violenta
e traumatica e lascia le persone che conoscevano il
suicida con la convinzione che qualcosa poteva essere
fatto per evitare una morte decisa dell’individuo. Il
dolore psicologico insopportabile che esso provava e che
è alla base del suicidio viene poi “ereditato” dai
familiari e dagli amici. In alcuni casi gli stessi
familiari divengono a rischio di suicidio se non sono
prontamente forniti programmi di assistenza adeguata
(Farberow, 2005).
Gli
studi effettuati sui sopravvissuti messi a confronto con
persone che hanno perso un caro per altra causa,
evidenziano almeno tre elementi peculiari dei primi: il
contesto tematico del dolore; i processi sociali che
circondano i sopravvissuti; l’impatto del suicidio sul
sistema familiare (Grad, 2005). Tuttavia, lo studio
delle esperienze individuali offre molti più spunti,
suggerendo la maggiore complessità e gravità del
fenomeno.
Lo
stigma
Uno
dei problemi più grandi legati al suicidio è lo stigma,
ossia un marchio peggiorativo che è associato a coloro
che hanno tentato il suicidio o alle persone che hanno
perso un caro per suicidio. La storia insegna che in
passato veniva applicata ogni tipo di punizione a coloro
che si suicidavano e ai loro cari. Oltre a sottoporre il
corpo del suicidio a pubblica umiliazione, spesso si
negava anche il rito funebre e la sepoltura nei
cimiteri. La famiglia spesso era privata degli averi del
defunto o subiva addirittura ripercussioni legali
(Alvarez, 1973; Pompili e Tatarelli, 2007). Una
possibile interpretazione di queste usanze si riferisce
alla necessità di mostrare pubblicamente la gravità del
gesto scoraggiando ulteriori suicidi, che aveva tuttavia
effetti deleteri sui sopravvissuti.
Attualmente, sebbene non vi siano più ripercussioni
altisonanti, vi sono sottili processi di emarginazione
nei confronti dei sopravvissuti. Si assiste dunque alla
riduzione dei contatti sociali, al silenzio sia dentro
che fuori alla famiglia e alla sofferenza spesso negata
nelle manifestazioni più comuni ma presente nel
quotidiano in modo mascherato e inaspettato.
Il
suicidio è un atto personale, ma tutti ne sentono gli
effetti. Così recita uno slogan diffuso da una grande
associazione statunitense che si occupa della
prevenzione del suicidio. Secondo le stime di questa
associazione, ogni anno 180.000 individui divengono
survivors, ossia individui che hanno perso un caro
per suicidio. Il termine survivor o sopravvissuto
è dunque utilizzato per descrivere le difficoltà che
devono affrontare quotidianamente le persone che hanno
perso un loro caro a causa del suicidio.
L’impatto è sulle famiglie, sulla comunità e sulla
società nella sua interezza. Ogni suicidio priva chi
rimane in vita di un potenziale di affetti, di
creatività e di contributi ai vari aspetti della vita.
Non si tratta solo della perdita della vita di un
individuo, ma soprattutto del vuoto che esso lascia
nelle molteplici attività dei viventi.
I
sopravvissuti sono la più grande comunità di vittime
nell’area della salute mentale connessa al suicidio
(Shneidman, 1972).
Negli
Stati Uniti ci sono circa 31.000 suicidi ogni anno. Si
stima che per ogni suicidio ci siano almeno sei persone
che sono intaccate da questo evento – e si tratta di una
sottostima del fenomeno. Da questi calcoli risultano,
dunque, cinque milioni di americani divenuti
sopravvissuti negli ultimi 25 anni.
La
perdita di una persona cara per suicidio è scioccante,
dolorosa e inaspettata. Questa esperienza è un processo
individuale molto complesso e che si svolge in tempi
diversi; il dolore non segue sempre un percorso lineare
e non necessariamente progredisce e si risolve. Non ci
sono indicazioni sul momento in cui tale dolore si
risolverà; questi individui non si aspettano di tornare
alla vita normale precedente l’evento, ma devono
adattarsi alla nuova vita senza la persona cara.
L’American Psychiatric Association considera il trauma
derivante dalla perdita di un caro per suicidio
“catastrofico”, come un’esperienza in un campo di
concentramento.
Coloro
che hanno perso un caro per il suicidio affrontano molte
emozioni tipiche del lutto, ma in più provano una gamma
di sentimenti unici per la loro condizione.
A
differenza di altri decessi, in cui la responsabilità
dei cari non è messa in discussione in quanto la morte
sopraggiunge per malattia, incidente o per vecchiaia,
nel caso del suicidio le persone che avevano anche un
minimo contatto con il suicida si domandano se avrebbero
potuto in qualche modo evitare, ostacolare e quindi
prevenire l’atto letale.
Il
sentimento di colpa è dunque l’elemento più importante
cha attanaglia i survivors. Non è da sottovalutare che
le persone che affrontano un lutto sono generalmente
comprese e ricevono compassione, nonché sostegno; non si
può dire che lo stesso avvenga per coloro che hanno
perso un caro per il suicidio.
Un
sentimento di facile riscontro nei sopravvissuti è la
rabbia verso la persona deceduta. In altre parole, la
persona che si è persa è anche l’omicida di se stessa,
dunque è difficile non provare rabbia per chi è causa
della perdita.
Una
delle difficoltà più grandi dei sopravvissuti è
immaginare momenti felici con chi è deceduto, il quale,
avendo scelto di suicidarsi, ha scelto di non vivere più
con i suoi cari, privandoli della possibilità di
condividere anche i momenti lieti.
Questa
difficoltà sussiste perché manca un evento accidentale
come causa di morte; il suicida ha scelto di morire e
dunque per i survivors ha scelto anche di interrompere
qualsiasi rapporto con i suoi cari. Questi sono in
conflitto nell’accettare e rifiutare la memoria del
suicida. I sopravvissuti riportano in molti casi shock,
rifiuto della perdita, dolore, ottundimento emotivo,
rabbia, vergogna, disperazione, incredulità,
depressione, tristezza, solitudine, sentimenti di
abbandono, ansia e irritabilità. In alcuni casi, la
perdita slatentizza un disturbo più grave.
La
nostra esperienza ci ha mostrato psicosi paranoidi nel
caso di non ritrovamento del corpo; dissociazione,
disturbi deliranti e allucinazioni che si sono risolte
dopo ricovero in ambiente psichiatrico, terapia
farmacologica e psicoterapica.
Krysinska (2003) rileva che il comportamento suicidario
è spesso preceduto dall’esperienza di aver perso una
persona a causa del suicidio.
Recentemente (Pompili et al, in press) è stato
evidenziato come il dolore di aver perso un caro per
suicidio sia insidioso e pervasivo, tanto da devastare
intere famiglie con ulteriori casi di morti per questa
causa. Il suicidio di un certo individuo può anche
portare a clusters di suicidio che si realizzano
nell’ambito di un tempo limitato e in un certo ambito.
E’ dunque facile rintracciare l’ideazione suicidaria in
molti sopravvissuti che dichiarano che la loro vita non
ha più speranza, e che anch’essi pur di disfarsi dal
dolore mentale che li tormenta sono pronti al suicidio.
Questo
è meglio comprensibile se si considera con Shneidman
(1993) che il dolore mentale è l’ingrediente base del
suicidio, e che tale gesto non è un atto di
avvicinamento alla morte, ma di allontanamento da un
dolore mentale insopportabile. Secondo Farberow et al
(1992a,b), l’elaborazione del lutto inerente ad una
morte per suicidio necessita di più tempo rispetto ad
altri lutti. Solo dopo il terzo anno dalla perdita i due
tipi di lutto sembrano non presentare più differenze
significative. Il processo di lutto nei sopravvissuti
del suicidio è spesso associato a pensieri suicidari e
tentativi di suicidio (Latham et al, 2004; Szanto et al,
1997)
Come agire con una persona che ha perso un caro a causa
del suicidio
Ogni
persona che commette il suicidio ha la responsabilità di
essersi procurato la morte. Il suicidio è un atto
egocentrico che non prende in considerazione le
ripercussioni sugli altri. La cosa più importante ed
utile che si possa fare è l’ascoltare. Ascoltare
attivamente, senza giudizi, critiche o pregiudizi, ciò
che dice il sopravvissuto. A causa dello stigma che
circonda il suicidio, i survivors spesso esitano
ad aprirsi, a condividere la loro storia e i loro
sentimenti. Per essere d’aiuto si devono mettere da
parte i preconcetti che si hanno sul suicidio e sulla
vittima del suicidio. Sebbene possa essere scomodo
discutere del suicidio e delle sue conseguenze, i cari
della vittima hanno molto bisogno di essere alleviati
dal loro dolore.
E’
necessario lasciarli parlare secondo il loro ritmo ed
essere pazienti. E’ preferibile usare il nome del caro
che ha commesso il suicidio piuttosto che dire “lui” o
lei”, questo al fine di rendere il defunto vicino e
umano, in questo modo i cari ne trarranno conforto.
Il
viaggio nell’elaborazione del dolore è un processo
individuale ed unico, e sarebbe errato forzare le tappe
o suggerire cosa fare o come sentirsi, o ancor peggio
suggerire che in una specifica tappa dovrebbero già
sentirsi meglio.
Inoltre, è opportuno evitare affermazioni come “So
come ti senti”, “Ti capisco”, e simili –
eccetto che l’operatore non sia egli stesso un
survivor. Queste persone spesso lottano per
comprendere le ragioni che hanno condotto il loro caro
al suicidio, cercando di dare anche un senso al loro
enorme senso di colpa. In alcuni casi si sentono
accusati dagli altri per non aver saputo prevenire
l’atto.
Lo
stigma che il suicidio storicamente si porta dietro è
poi un peso addizionale. Le famiglie perdono i
precedenti contatti sociali e sono viste come diverse,
come composte da coloro che sono depositari di qualcosa
di alieno e terrificante, che quindi meritano di essere
allontanati, stigmatizzati. Sentimenti di
“disconnessione” accompagnano poi il dolore di questi
individui: spesso il poter rievocare ricordi lieti e
pensare che, se avesse potuto, la persona scomparsa
sarebbe stata ancora presente, non è un processo
attuabile dai sopravvissuti del suicidio.
Il
sostegno di persone addestrate a confrontarsi con questa
categoria di persone diviene dunque fondamentale.
Come aiutare i sopravvissuti
Nonostante la moltitudine di sopravvissuti, i programmi
a loro diretti rimangono ancora poco diffusi. Non
sorprende che le nazioni che hanno alti tassi di
suicidio, tra cui quelle che appartengono a paesi in via
di sviluppo, o che hanno subito modificazioni politiche
di grande impatto, non hanno neppure i rudimenti per
gestire questi soggetti.
Inoltre, si stima che solo un quarto di chi subisce
l’esperienza traumatica cerchi effettivamente aiuto.
Alcuni motivi possono essere addotti per spiegare la
mancanza di coinvolgimento in attività di sostegno
(Grad, 2005): 1) alcuni survivors sembrano non
aver bisogno di aiuto al di fuori del sostegno della
famiglia e degli amici; 2) alcuni negano sentimenti
difficili da gestire, in modo da non soffrire; 3) altri
cercano di non farsi riconoscere dalla società per
evitare giudizi, colpe, stigmatizzazione; 4) alcuni di
questi soggetti possono vivere l’esperienza di essere
aiutati come un momento di debolezza, per poi sentirsi
più insicuri, ragion per cui eviterebbero di
coinvolgersi in queste attività; 5) i sopravvissuti
possono nutrire poca fiducia negli interventi a loro
diretti; 6) la mancanza di servizi e strutture, oppure
un ambiente particolarmente stigmatizzante nei confronti
del suicidio, preclude l’utilizzo di programmi
specifici.
Molti
fattori contribuiscono all’elaborazione del dolore dei
sopravvissuti. La personalità del soggetto, le sue
credenze e i suoi valori, i precedenti vissuti di
perdita, il tipo di relazione con il suicida e la rete
sociale, sono tutti elementi che condizionano il
processo di elaborazione del lutto.
Un
altro aspetto di questo problema riguarda le modalità
attraverso cui il sistema familiare vive l’evento.
Esistono anche nell’ambito familiare gli elementi citati
a proposito di come il singolo reagisce all’evento, che
determinano come una famiglia vivrà la perdita.
L’aiuto si rende necessario in due diversi momenti: 1)
immediato sul posto, quando si comunica la morte; 2)
l’aiuto a lungo termine, quando il processo di lutto
diventa insopportabile per alcuni soggetti.
L’aiuto sul posto dovrebbe essere un sostegno emotivo
fornito da un medico di base o dal medico legale. Quando
il suicidio è accaduto, un medico generico o un medico
legale possono intervenire nel sostenere i familiari
immediatamente. Il punto più importante in questo
contesto è la preparazione di tali figure professionali
nel confrontarsi con questo compito. I familiari
possono, infatti, manifestare shock e reazioni estreme
alla notizia del suicidio, e l’intervento dello
psichiatra dovrebbe essere sempre messo in preventivo.
Ai
familiari dovrebbe essere permesso di vedere il corpo
del suicida, evitando di esporne parti troppo
danneggiate. Deve essere sempre data la possibilità
dell’ultimo saluto al defunto.
Secondo Jordan (2001) è opportuno affrontare il periodo
del lutto agevolando la partecipazione dei survivors
a gruppi omogenei, a servizi psicoeducazionali e ad
attività che coinvolgono famiglie e servizi sociali. La
psicoterapia individuale rimane in ogni caso un’opzione
importante, perché permette al soggetto di poter parlare
apertamente della sua sofferenza e poter analizzare i
suoi sentimenti di colpa.
Non va
dimenticato che chiunque commette il suicidio deve
assumere la responsabilità della propria morte. Il
suicidio è un atto egocentrico, che tiene poco conto di
tutto il resto. L’autopsia psicologica è un
metodo messo a punto per fare chiarezza sulla condizione
psicologica del soggetto prima della morte, tramite
raccolta di informazioni da persone attendibili come
familiari, amici, polizia giunta sul posto del suicidio,
medici che hanno curato il defunto. Fu originariamente
introdotta per far luce sulle morti equivoche, e in
seguito è stata applicata per meglio conoscere il
fenomeno suicidario. Come insegna Shneidman (2004)
“Nell’autopsia psicologica, i ‘guanti vengono tolti’, e
si deve parlare candidamente del defunto”. E’ necessario
mettere da parte il motto De mortuis nihil nisi Bonum
(del morto non si dice niente se non di buono).
Con
questa modalità d’azione si è visto che oltre a ricavare
dati importanti di ricerca sul suicidio è possibile
fornire un utile sostegno, servendosi di domande e
ascolto empatico su ciò che i survivors riferiscono. E’
molto importante che coloro che utilizzano il metodo
dell’autopsia psicologica siano attenti a rispettare la
sofferenza di questi soggetti. Nel corso di questi
incontri, i familiari e gli amici possono mostrare foto,
diari, oggetti cari. Tutto questo serve a riconciliarsi
con la memoria del defunto, spesso divisa tra sentimenti
positivi e di ostilità. Sia nell’ambito dell’autopsia
psicologica che in qualsiasi altro intervento è
importante offrire comprensione e solidarietà. Tuttavia,
la prima obiezione dei survivors è che chi offre
loro aiuto non può comprendere la loro condizione, in
quanto non ha vissuto il loro dramma. Ecco perché spesso
i gruppi o gli interventi di sostegno includono anche
survivors che hanno superato il loro dramma ed hanno
acquisito abilità nel poter aiutare.
Coloro
che perdono un caro per il suicidio devono purtroppo
fare i conti con esiti negativi nell’ambito delle loro
vite. Tra questi si può in primo luogo citare
l’aumentato rischio di suicidio. In secondo luogo,
possono essere rintracciati nelle storie di questi
individui disturbi dell’umore – soprattutto la
depressione, a volte grave. Il diminuito rendimento
sociale e lavorativo, la tendenza all’introversione,
all’isolamento e al pessimismo sono caratteristiche ed
esiti del vissuto di perdita.
Il
tema del suicidio può rimanere un argomento tabù anche
per molti anni, taciuto e vissuto in silenzio, un
fardello spesso ceduto in “eredità” ai membri più
giovani della famiglia. La ferita della perdita è in
alcuni casi mai risolta interamente, vissuta come
irrimediabile e con netto decadimento della qualità di
un’intera vita (Grad, 2005).
Per
contro, paradossalmente, la perdita, sebbene traumatica
e devastante, in alcuni casi può aprire la strada a
cambiamenti che migliorano la qualità di vita dei
sopravvissuti. Essi si confrontano meglio con le
problematiche del quotidiano, sono più attenti ai
segnali di rischio di suicidio e acquisiscono maggiore
indipendenza, autonomia e crescita personale. La
solidarietà tra i membri li unisce per costruire nuovi e
più funzionali legami. L’aver attraversato momenti di
sofferenza estrema rende questi individui capaci di
apportare aiuto a chi vive la stessa tragedia, e quindi
di guidare associazioni o programmi dediti ad assistere
le persone segnate da una perdita a causa del suicidio.
Conclusioni
In
Italia, i programmi dedicati ai sopravvissuti sono
ancora legati a realtà locali in cui operano
professionisti o familiari sensibili al problema.
Attualmente, è un compito molto arduo tracciare una
mappa esaustiva che renda giustizia del prezioso lavoro
di molti individui volenterosi. Al recente congresso
dell’International Association for Suicide Prevention
(IASP) tenutosi in Irlanda, gli organizzatori hanno
distribuito un libretto con tutti i terapeuti sparsi sul
territorio irlandese addestrati a confrontarsi oltre che
con la crisi suicidaria, anche con il dolore causato
dalla perdita per suicidio. Il nostro intento è fare la
stessa cosa per l’Italia, rappresentata da uno degli
autori (MP) presso la IASP.
Un
programma di rilievo è quello del Veneto, chiamato
SOPRoxi (da sopravvissuti e proximity) (Scocco et al,
2006). Questo programma agisce a vari livelli, ossia con
medici di base, servizi di salute mentale, scuole,
collaborando con altre organizzazioni quali servizi
sociali, dipartimenti di psichiatria e neuropsichiatria,
distretti di polizia. Il primo passo e’ quello di
identificare e contattare i sopravvissuti che spesso non
richiedono alcun aiuto. Con il prezioso aiuto del medico
di base, i sopravvissuti sono indirizzati ad incontri
nei quali si fa il punto della loro situazione emotiva e
psicopatologica dopo la perdita. Diversi tipi di
approcci terapeutici sono coinvolti in questa
assistenza, dal sostegno psicologico all’intervento
farmacologico. Eppure, la cosa più difficile è accedere
al dolore di questi individui, che tendono a rifuggire
ogni contatto nelle prime fasi del dolore. Il fatto di
affrontare una perdita non prevista, che lascia
innumerevoli interrogativi sul perchè e su ciò che si
poteva fare per salvare la vita al proprio caro, sembra
all’inizio fuori dal controllo e dalla possibilità di
essere aiutati. La domanda “se solo” ritorna
continuamente, avvolgendo questi individui in una
spirale di tormento. Le crisi d’ansia, gli incubi e la
depressione sembrano insormontabili. Eppure, la
possibilità di essere aiutati esiste, e la possibilità
di dare un significato alla sofferenza, risolvendola, è
testimoniata dagli interventi rivolti ai sopravvissuti.
Anche i bambini dovrebbero partecipare al processo di
elaborazione del lutto, sotto la guida di un esperto.
Presso
l’Ospedale Sant’Andrea di Roma, sede della II Facolta’
di Medicina e Chirurgia, Sapienza Universita’ di Roma,
si sta costituendo un programma dedicato ai
sopravvissuti. Il lettore interessato può
contattare gli
autori di questo sito.
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