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Programma di psicoeducazione per pazienti a rischio di suicidio

Sostegno e gestione della crisi per gl individui a rischio di suicidio

 

UOC di Psichiatria, Azienza Ospedaliera Sant’Andrea

Direttore Prof. Paolo Girardi



Premessa

 

Nel corso di una vita trascorsa a studiare il suicidio, Shneidman ha concluso che l‘ingrediente base del suicidio è il dolore mentale, egli chiama questo dolore insopportabile psychache, che significa “tormento nella psiche”. Shneidman suggerisce che le domande chiave che possono essere rivolte ad una persona che vuol commettere il suicidio sono “Dove senti dolore?” e “Come posso aiutarti?”. Se il ruolo del suicidio è quello di porre fine ad un insopportabile dolore mentale, allora il compito principale di colui che deve occuparsi di tale individuo è quello di alleviare questo dolore. Se infatti si ha successo in questo compito, quell’individuo che voleva morire sceglierá di vivere.

Il suicidio non emerge mai dal piacere, piuttosto e’ sempre lagato a dispiaceri, vergogna, umiliazione, paura, terrore, sconfitte ed ansia; sono questi gli elementi del dolore mentale che conducono ad uno “stato perturbato”; L’individuo ha dunque necessita’ di porre fine ad un dolore psicologico divenuto insopportabile; il suicidio e’ la migliore ed unica soluzione per porre fine a quell’immenso dolore psicologico.

Shneidman inoltre considera che le fonti principali di dolore psicologico: vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione, hanno origine nei bisogni psicologici frustrati e negati. Nell’individuo suicida è la frustrazione di questi bisogni e il dolore che da essa deriva, ad essere considerata una condizione insopportabile per la quale il suicidio è visto come il rimedio più adeguato. Ci sono bisogni psicologici con i quali l’individuo vive e che definiscono la sua personalitá e bisogni psicologici che quando sono frustrati inducono l’individuo a scegliere di morire. Potremmo dire che si tratta della frustrazione di bisogni vitali; questi bisogni psicologici includono il bisogno di raggiungere qualche obiettivo come  affiliarsi ad un amico o ad un gruppo di persone, autonomia, opporsi a qualcosa, imporsi e il bisogno di essere accettati e compresi e il conforto. Shneidman ha proposto la seguente definizione del suicidio: “Attualmente nel mondo occidentale, il suicidio è un atto conscio di auto-annientamento, meglio definibile come uno stato di malessere generalizzato in un individuo bisognoso che alle prese con un problema, considera il suicidio come la migliore soluzione”. Shneidman ha inoltre  suggerito che il suicidio è meglio comprensibile se considerato non come un movimento verso la morte ma come un movimento di allontanamento da qualcosa che è sempre lo stesso: emozioni intollerabili, dolore insopportabile o angoscia inaccettabile, in breve psychache. Se dunque si riesce a ridurre, ad intaccare e a rendere più accettabile il dolore psicologico quel soggetto sceglierà di vivere.

Nella concettualizzazione di Shneidman il suicidio è il risultato di un dialogo interiore; la mente passa in rassegna tutte le opzioni. Emerge il tema del suicidio e la mente lo rifiuta e continua la verifica delle opzioni. Trova il suicidio, lo rifiuta di nuovo; alla fine la mente accetta il suicidio come soluzione, lo pianifica, lo identifica come l’unica risposta, l’unica opzione disponibile.

L’individuo sperimenta uno stato di costrizione psicologica, una visione tunnel, un restringimento delle opzioni normalmente disponibili. Emerge il pensiero dicotomico, ossia il restringimento del range delle opzioni a due sole (veramente poche per un range): avere una soluzione specifica o totale (quasi magica) oppure la cessazione (suicidio). Il suicidio è meglio comprensibile non come desiderio per la morte, ma in termini di cessazione del flusso delle idee, come la completa cessazione del proprio stato di coscienza e dunque risoluzione del dolore psicologico insopportabile. Noi ci proponiamo di rendere più tollerabile tale dolore mentale.

 

 

Bibliografia essenziale
 

 Shneidman, E.S. (1993). Suicide as psychache.  J Nerv Ment Dis 1993,181, 145-147.

 Shneidman ES. Anodyne psychotherapy for suicide: a psychological view of suicide. Clin Neuropsychiatry 2005;2:7-12.

 Shneidman ES. Autopsy of a suicidal mind (Tr. It: Autopsia di una mente suicida, Fioriti Editore, 2006). New York: Oxford University Press; 2004.

 Shneidman E S .(1985). Definition of suicide. Northvale: Aronson; 1985.

 Shneidman ES. The suicidal mind. New York, Oxford University Press, Inc; 1996.

 

 

Programma di psicoeducazione per pazienti a rischio di suicidio 

Coordinatore: Prof. Maurizio Pompili

Membri dell’equipe:

Psicologhe: Diletta Del Bono, Denise Erbuto, Eleonora Piacentini;

Medici: Ilaria Cuomo, Gianluca Serafini, Antonio Del Casale
 

Il programma prevede una prima visita con uno psichiatra addestrato al riconoscimento del rischio di suicidio. Durante la prima visita viene accertato se il paziente è idoneo ad essere inserito nel programma composto da un ciclo di 8 incontri come di seguito riportato.

Gli 8 incontri sono equiparabili al ciclo di 8 sedute di psicoterapia e permettono di gestire agevolmente la procedura del ticket seguendo il sistema già in atto.

Il proramma prevede la somministrazione di test psicometrici già in uso nella routine di valutazione dei pazienti ambulatoriali.

 

Questo programma si propone di sostenere gl individui a rischio di suicidio non modificando  le loro attuali terapie ma integrandosi al loro piano terapeutico.

 

Obiettivi:
 

  1. facilitare l’aiuto reciproco tra i pazienti;
  2. ridurre lo stigma;
  3. facilitare la coscienza di malattia;
  4. condivisione del dolore mentale;
  5. acquisizione di una visione prospettica di sè e della propria condizione;
  6. aumentare la rete sociale dei pazienti;
  7. migliorare l’aderenza al trattamento;
  8. fine ultimo del programma è la riduzione del rischio di suicidio

 

Gli 8 incontri sono composti da sessioni singole studiate ad hoc. Le sessioni durano 60 minuti con frequenza settimanale ed un periodo minimo di 8 incontri consecutivi. Alla fine del ciclo i pazienti possono accedere ad un programma di mantenimento nel quale si approfondiscono i temi trattati e si enfatizzano ulteriormente gli obietti del programma.

Gli 8 incontri sono organizzati nel seguente modo:

 

  1. Presentazione dei partecipanti. Che cosa è il rischio di suicidio e il ruolo del dolore mentale;
  2. Discussione ed elaborazione dei contenuti elaborati nella sessione precedente;
  3. Focus sul corpo con esercizi di respirazione, rilassamento e immaginazione;
  4. Confronto e condivisione delle proprie esperienze legate al dolore mentale;
  5. Analisi delle opzioni alternative al pensiero dicotomico legato al rischio di suicidio – parte I;
  6. Analisi delle opzioni alternative al pensiero dicotomico legato al rischio di suicidio – parte II;
  7. Discussione e riflessione sull’impatto che il programma ha avuto sui singoli pazienti;
  8. Conclusioni e eventuali prospettive di proseguimento.

 

 

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