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Perchè il suicidio

(A cura di M. Pompili)

Spesso nella vita fatta di quotidianità siamo messi di fronte ad angoscie che minano le nostre sicurezze, i nostri principi, la nostra voglie di vivere. In quei momenti tutto sembra non aver senso e un sentimento di inquietudine, disperazione e sfiducia avvolge le nostre emozioni. Tuttavia, la maggior parte di noi riesce in qualche modo a superare questo stato e a ritornare al livello di benessere precedente. In alcuni casi questa possibilità sembra non potersi attuare, è come se ci fosse un ostacolo insormontabile che impedisca l’inesorabile cammino della vita. L’individuo allora inizia un profondo dialogo con se stesso e si convince, grazie alla sue argomentazioni, che il suicidio è la migliore soluzione ad una vita che sembra non portare nulla di buono. Questa logica, che è foriera dell’atto suicidario, non deve essere assimilata ad un sintomo psichiatrico. Sebbene spesso si verifichi in presenza di un disturbo psichiatrico, è di fatto un concetto molto più vasto. Il suicidio è il risultato di un complesso intreccio di fattori psicologici e biologici. I dati della letteratura segnalano che la genetica e la biologia possono giocare un ruolo rilevante nella determinazione del rischio di suicidio. Eppure ciò che si presenta alla nostra osservazione non è tanto il genotipo e o le neuroimagini che denotano una qualche alterazione biologica, bensì emozioni negative che affliggono gli individui suicidari. Ognuno di noi ha provato la sofferenza per eventi avversi e dei fallimenti ma poi è giunto ad una risoluzione di tale stato. Sfortunatamente alcuni individui vivono in costante angoscia, in uno stato che possiamo chiamare perturbato, nel quale manca l’equilibrio che invece contraddistingue la gioia e l’appagamento. Ci si riferisce spesso al dolore psicologico per indicare la sofferenza di questi individui ben distinta da quella fisica, meglio conosciuta e per la quale abbiamo anche più rimedi. Il suicidio non emerge mai dalla gioa e da condizioni di benessere ma è quasi sempre riferito alla necessità di porre fine alla miseria umana, quella caratterizzata da angoscia, umiliazioni, perdite e sconfitte. Potremmo dire che spesso ci si trova ben lontani dallo stato di appagamento che ci dovrebbe appartenere bensì ci si accontenta dell’assenza di una patologia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come:‘… Uno stato di completo benessere fisico,mentale e sociale e non solo la mera assenza di un disturbo o di una infermità.… uno stato di benessere in cui l’individuo si rende conto delle sue capacità, può superare i normali stress della vita, può lavorare proficuamente ed è in grado di contribuire alla sua comunità”. La salute mentale è chiaramente una parte integrante di questa definizione. Nei soggetti a rischio di suicidio la capacità di provare piacere dalle normali attività della vita sembra essere compromessa. Quando il tempo diventa stagnante, quando accade nulla che sia foriero di cambiamento del proprio stato di estrema sofferenza, il suicidio inizia ad essere un’opzione. Il soggetto vorrebbe non pensarci ma poi disperato e sfiduciato inizia quasi un gioco perverso nel quale si attua una sorta di auto-ricatto che, tuttavia, è portato avanti con pensieri ed idee nelle quali il motivo prevalente è “Se nulla cambia mi suicido”. Inizia così la comunicazione più o meno mascherata di questo stato. Le persone accanto al soggetto in crisi e (in definitiva egli stesso) iniziano una sfida con la situazione critica, la cui mancata soluzione porterà al suicidio. In questa partita con la vita il soggetto percepisce che il suicidio può essere un atto di ribellione e vendetta; un atto di libertà. L’atto letale viene visto come elemento di sollievo ma che necessita di coraggio e di estrema energia fisica e mentale. Riuscire a superare l’istinto di sopravvivenza, l’orrore per il dolore e per l’alterazione dei tessuti corporei per i quali ci si impegna sempre alla preservazione, ha bisogno di un grande ragionamento e soprattutto di conclusioni di grande rilevanza per il soggetto. Non esiste suicidio nel quale la morte non costituisca un gest serio e motivato per risolvere qualcosa di estremamemente complesso. Molti soggetti descrivono il volersi addormentare, l’isolarsi, lo staccare la spina da un evento o situazione penosa. Il soggetto suicida va oltre, approcciando si ad un gesto catartico e letale il quale dovrebbe paradossalmente salvargli la vita. Il suicidio è dunque anche un atto di ribellione che afferma un motivo del tipo “Ho potuto fare qualcosa di attivo” laddove tutto era passivo, nulla accadeva, nulla cambiava e nulla era più sotto la volontà del soggetto. Il suicidio è un atto che in molti casi é meditato per un tempo piú lungo di quanto si creda. Solo dopo questo lasso di tempo l’atto diviene un gesto impulsivo che appare come rispetto al ritenerlo un atto impulsivo nel quale il soggetto ha agito immediatamente l’atto senza averci pensato. Il soggetto ha pensato ripetutamente al togliersi la vita ma questa opzione, ogni volta che si è presentata, sebbene sia stata scartata, ha assunto una valenza maggiore. È in questo frangente che il soggetto a rischio di suicidio inizia a dare segnali nei quali convoglia il messaggio di essere stanco, di vivere, di pensare alla morte e al voler morire. Si tratta di un problema della vita dell’uomo per il quale si veficano “tempeste emotive”, grandi moti di ambivalenza, e parallelamente modificazioni delle abitudini del sonno, dell’appetito, dell’igiene personale e delle relazioni sociali. In questo periodo di medidazione dell’atto letale, il soggetto a rischio pensa anche ai propri cari provando rammarico e colpa per il considerare una soluzione così tragica. In certi casi esistono anche dinamiche complesse con la famiglia, con il partner, gli amici, tali per cui il soggetto quasi li rimprovera per non ricevere da loro un aiuto adeguato. Del resto il soggetto a rischio si sente inaiutabile e il dolore mentale è considerato unico e insopportabile. Questi individui giungono a tale conclusione dopo aver sperimentato il fatto di non riuscire a comunicare adeguatamente la loro sofferenza alle persone deputate all’aiuto. L’unicità della sofferenza di questi soggetti, portata come elemento centrale per motivare la scelta del suicidio corrisponde effettivamente a qualcosa di strettamente individuale. Il voler morire accade in ciascun individuo con motivazioni e conclusioni sostanzialmente uniche, il che lo rende diverso da tutti gli altri soggetti a rischio di suicidio. Il nostro compito dunque è farsi carico delle emozioni negative di questi soggetti e cercarli di comprenderli sulla base della nostra esperienza; ossia immedesimandoci nel loro dramma, che sebbene unico, può rimandarci alle nostre emozioni in momenti tragici della vita. Questo implica uno sforzo e un carico emotivo sostanzialmente maggiore rispetto all’indagare solo supurficialmente il rischio, magari compilando questionari e facendo leva sul data statistico oppure sul proprio intuito. Sebbene questo sia di grande aiuto per conoscere meglio il fenomeno, i soggetti nella loro individualità non rispettano le leggi statistiche piuttosto rispettano la regola che alle prese con una sofferenza estrema decidono di trovare sollievo nella morte. Neppure l’intuizione clinica è determinante per salvare questi individui. Colui che dice “A naso, questo non si suiciderà mai” e lo dice senza aver approfondito un indagine sul suicidio, commette un atto di superbia ed espone quel soggetto al rischio di non aiutato adeguatamente. Nella figura che segue è schematizzato il percorso che dal dolore mentale insopportabile (psychache) tipico dello stato perturbato si giunga alla letalità ossia al considerare il suicidio come possibilità di porre fine a tale stato.

Questo percorso lo si ritrova sia nella patologia psichiatrica che nella miseria umana che non rientra in nessun caso nei criteri per la diagnosi dei disturbi psichiatrici. Sebbene esista una chiara associazione tra disturbo psichiatrico e suicidio è vero anche il contrario. Molti soggetti non sono depressi in senso stretto; sono tristi, angosciati per qualcosa che gli è accaduto ed etichettarli precocemente come affetti da depressione li destina ad un percorso nel quale il rischio di suicidio occupa un ruolo marginale. Il suicidio non devorebbe mai essere considerato un sintomo di un certo disturbo psichiatrico, piuttosto una dimensione frequentemente associata alle problematiche psichiatriche. Così facendo si evita di confinare il rischio di suicidio tra le tante caratteristiche del quadro clinico. Eseguendo invece un indagine ad hoc sul rischio di suicidio si può attuare una migliore strategia, prevedere l’evoluzione e mantenere l’accorta vigilanza sulla possibilità che un individuo a rischio passi dall’idea di suicidio all’azione letale. A sostegno di quanto detto ci sono anche i dati della letteratura. Una metanalisi ha stimato che se si applicasse un trattamento adeguato nelle modalità suggerite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel World Health Report del 2001 ad una media del 50% delle persone che soffrono di depressione, schizofrenia e abuso di alcol (i disturbi psichiatrici più associati al suicidio), questo ridurrebbe i tassi di suicidio nel mondo da circa 15,1/100 000 a 12/100 000. Questo rappresenterebbe più di 150 000 vite salvate ma comunque molto poche rispetto a tutti i morti per suicidio (Bertolote et al, 2003; De Leo, 2004). Si sta facendo dunque strada il concetto che il suicidio è solo in parte un problema psichiatrico. La concettuallizzazione del suicidio di Edwin Shneidman si basa sul presupposto alla base di tale atto vi sia un dolore psicologico insopportabile (psychache). Il tentativo di porre fine a questo di tormento induce il soggetto a ricorrere al suicidio come rimedio estremo, inadeguato e aberrante ad uno stato che non riesce più a tollerare. Shneidman giunge a tale conclusione negli anni novanta dopo una vita dedicata allo studio del suicidio. Sembra una conclusione per certi versi ovvia ma altrettanto trascurata. Shneidman inizió ad occuparsi di suicidio casualmente anche se nei suoi racconti ho spesso riconosciuto le parole di colui che ha sofferto per vincere la diversitá, la timidezza e la necessitá di imporsi. L’aneddoto che ama raccontare si riferisce ad una giornata del 1949 che segnó simbolicamente la nascita della suicidologia e piú tardi ad importanti sviluppi per la prevenzione del suicidio. In quel particolare giorno, mentre lavorava come psicologo clinico, Shneidman fu chiamato dal direttore dell’ospedale affinché scrivesse due lettere di condoglianze per le giovani mogli di due uomini che si erano suicidati durante il corso del ricovero. Si recò presso nell’ufficio del magistrato nel vecchio Los Angeles Hall of Records dove erano stati aperti i fascicoli inerenti le morte dei due uomini, era una giornata di bel tempo negli ultimi mesi dell’anno. Nell’aprire la documentazione egli notò che uno dei due fascicoli conteneva una nota di suicidio, un biglietto lasciato dal defunto prima di morire, mentre l’altro non lo conteneva. In quell’ambiente, fra migliaia di fascicoli, iniziò ad aprirne alcuni e notò che con una frequenza di circa 1 a 15 questi fascicoli riportavano una nota di suicidio. Gli tornò in mente il Metodo della Differenza di Stuart Mill e dunque la possibilità di studiare quel materiale con un metodo scientifico. In quei minuti accadde qualcosa di unico. Infatti, resosi conto di essere circondato da fascicoli di casi di suicidio avvenuti nei cinquant’anni precedenti e dunque secondo la sua stima circa 2000 note, decise di resistere alla tentazione di leggere quelle note, altrimenti ammetterà in seguito, “avrei finito per trovarci ciò che io (soggettivamente) mi aspettavo. Avrei appreso molto sulla miseria umana di ciascun soggetto ma non avrei fatto nulla per porre le basi per lo studio del suicidio, un’area quasi inesistente”. Egli dunque fece le fotocopie di oltre 700 note di suicidio, le mise da parte e non le lesse. Successivamente, Shneidman pensò di confrontare in cieco le note che aveva trovato in quell’archivio con note simulate scritte da persone non suicide (Shneidman 1998). Il lavoro che elaborò con l’aiuto di Norman Farberow fu il primo tentativo di studiare il suicidio con un metodo scientifico (Shneidman e Farberow 1956; 1957). I loro sforzi furono premiati con contributi economici sempre crescenti e da quei primi passi nacque il primo centro per la prevenzione del suicidio, il Los Angeles Suicide Prevention Center che oltre al contributo di Shneidman e Farberow ebbe il contributo di Robert Litman. Questi eventi cambiarono per sempre la visione del fenomeno suicidario. Nel corso di una vita trascorsa a studiare il suicidio, Shneidman ha concluso che l‘ingrediente base del suicidio è il dolore mentale insopportabile (Shneidman 1993a), che chiama psychache, che significa “tormento nella psiche”. Shneidman suggerisce le domande chiave che possono essere rivolte ad una persona che vuol commettere il suicidio sono “Dove senti dolore?” e “Come posso aiutarti?”. Se il ruolo del suicidio è quello di porre fine ad un insopportabile dolore mentale, allora il compito principale di colui che deve occuparsi di un individuo suicida che soffre a tal punto è quello di alleviare questo dolore (Shneidman 2004; 2005). Se infatti si ha successo in questo compito, quell’individuo che voleva morire sceglierá di vivere. Shneidman (1993a) inoltre considera che le fonti principali di dolore psicologico ovvero vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione, hanno origine nei bisogni psicologici frustrati e negati. Nell’individuo suicida è la frustrazione di questi bisogni e il dolore che da essa deriva, ad essere considerata una condizione insopportabile per la quale il suicidio è visto come il rimedio più adeguato. Ci sono bisogni psicologici con i quali l’individuo vive e che definiscono la sua personalitá e bisogni psicologici che quando sono frustrati inducono l’individuo a scegliere di morire. Potremmo dire che si tratta della frustrazione di bisogni vitali; questi bisogni psicologici includono il bisogno di raggiungere qualche obiettivo come affiliarsi ad un amico o ad un gruppo di persone, ottenere autonomia, opporsi a qualcosa, imporsi su qualcuno e il bisogno di essere accettati e compresi e ricevere conforto. Shneidman (1985) ha proposto la seguente definizione del suicidio: “Attualmente nel mondo occidentale, il suicidio è un atto conscio di auto-annientamento, meglio definibile come uno stato di malessere generalizzato in un individuo bisognoso che alle prese con un problema, considera il suicidio come la migliore soluzione. Affinchè un suicidio avvenga deve esserci un processo di accensione della ‘miccia, che passa attraverso diversi stati che precedono l’atto letale. Un primo stato che inequivocabilmente si ritrova sulla via che conduce al suicidio sembra essere l’inimicizia verso se stessi se stessi (inimicality) o in altri termini essere il proprio peggior nemico, agire contro il proprio interesse senza saper gestire l’aumento della pressione derivante da sconfitte, rifiuti, malattie, ecc. Non si tratta del masochismo classico nel quale è insito il concetto di punizione piuttosto un concetto più ampio nel quale l’individuo cerca di far spazio all’autodistruzione agendo contro il proprio interesse. Associato all’inimicizia si ritrova lo stato perturbato di cui si è già detto. Lo stato perturbato fa riferimento a quanto un individuo sia sconvolto, scosso e disperato. È uno stato difficile da definire e da inquadrare in una precisa entità diagnostica. Comprende stati emotivi negativi ed è caratterizzato da un dolore psicologico insopportabile, spesso con manifestazioni somatiche e localizzazioni dell’angoscia come all’ipocondrio o alla gola, tipico del pianto trattenuto. A buon diritto se i soggetti a rischio di suicidio potessero piangere probabilmente salverebbero le loro vite o che se un altro individuo facesse scattare il pianto in risposta all’angoscia del soggetto avrebbe già fatto abbastanza per mettere in salvo il soggetto a rischio di suicidio. Nello stato perturbato il soggetto perde i normali punti di riferimento che governano la sua vita; è una condizione di smarrimento, sfiducia, disperazione e grande sovvertimento emotivo. Conseguente a questo stato è la visione tunnel o lo stato di constrizione (constriction) con il quale l’indiividuo perde la possibilità di valutare opzioni alternative e far leva su sicurezze precedentemente acquisite. Il soggetto sucida volta le spalle al suo passato e permette ai suoi ricordi di divenire irreali focalizzandosi solo sulle emozioni intollerabili attuali e sul come liberarsene. Tipico di questo stato è il pensiero dicotomico nel quale il soggetto tende ad usare parole come ‘solo, ‘sempre, ‘mai, ‘per sempre, ‘oppure’. Il range delle opzioni si restringe a due: risolvere immediatamente il dolore (soluzione magica) oppure suicidarsi (pensiero dicotomico). Quando gli stati fin qui descritti si riscontrano in uno stesso soggetto il rischio di suicidio è elevato e significa che la miscela sta per esplodere irreparabilmente. È in questi frangenti che la convinzione di inaiutabilità e unicità del proprio dolore diventa estrema. Il soggetto vede la soluzione nel porre fine al dolore cessando di vivere. Quando l’inimicizia verso se stesso, la costrinzione e lo stato perturbato possono essere risolti con con la morte ponendo dunque fine al pensare e al sentire il dolore insopportabile, il soggetto si convince che non può più gestire la situazione e che la sua angoscia necessita di una soluzione, allora quell’individuo sceglie di suicidarsi. Sebbene la sofferenza e lo stato perturbato della mente del soggetto suicida vengano comunicati, solo in un numero minore di casi il soggetto lascia sapere che per risolvere tale situazione è pronto a suicidarsi. Nei casi in cui questo avviene non si dovrebbe mai sottostimare l’importanza del messaggio ma anzi considerarlo un segnale d’allarme di rilievo tale da far scattare misure preventive. La visione psicologica del suicidio sottolinea un serio problema epistemologico, ossia come colmare la distanza nella comunicazione delle emozioni negative. In altre parole, sebbene si parli molto di suicidio, solo raramente si fa accenno alla sofferenza che alberga nella menti di questi soggetti. In più, anche se si ammette l’esistenza di tale dolore insopportabile rimane da risolvere come gestirlo e come comunicare all’altro che stiamo comprendendo lui e il suo tormento che per lui una figura positiva e di supporto quindi riusciamo ad aiutarlo efficacemente. Il fatto di considerare il suicidio un sintomo di un disturbo psichiatrico ha fatto intendere che si trattasse solo di un evento legato alla psichiatria. Ci sorprende invece la lucidità nel pianificare il gesto letale da parte dei suicidi. Essi possono essere anche alle prese con un disturbo psichiatrico ma raramente esso è l’elemento determinante del gesto. Questi soggetti presentano invece una vulnerabilità che li differenzia dalla maggior parte degli altri soggetti che pur soffrendo dello stesso disturbo non hanno mai veramente pensato al suicidio. La visione di Shneidman del suicidio è fortemente svincolata dalle categorie nosografiche proposte dal DSM; la sua concettualizzazione del suicidio fa riferimento al continum tra stato perturbato e letalità (Shneidman 1993b; 1998). L’esperienza ci ha insegnato che l’alto livello di perturbazione della mente dell’individuo in alcuni casi esita nella letalità e dunque nella probabilità di commettere il suicidio. Il contrario di questo percorso è secondo questo terorizzazione una eccezione. Il suggerimento di questo autore è dunque quello di non trattare direttamente il volersi uccidere ma piuttosto cercare una soluzione a monte, ossia nello stato perturbato. L’altro concetto sostenuto da Shneidman si riferisce al considerare il rischio di suicidio uno stato psicologico transitorio nel quale prevale la costrizione affettiva ed intellettuale. La visione di Shneidman si svincola dunque dalla corrente di pensiero che considera il suicidio un sintomo di un determinato disturbo psichiatrico. Shneidman con la sua teoria offre ottimismo ai soggetti a rischio di suicidio in quanto premette che la costrizione e dunque il rischio possono essere migliorati agendo sullo stato perturbato che attanaglia l’individuo. Al terapeuta spetta inoltre il compito di risolvere la logica suicidaria secondo la quale l’atto letale non è visto come qualcosa di definitivo ma come la soluzione perfetta per il suo dolore e come cessazione dello stato di coscienza che contiene gli elementi che compongono questo dolore. Il suicidio è meglio comprensibile non come desiderio di morte, ma in termini di cessazione del flusso delle idee, come la completa cessazione del proprio stato di coscienza e dunque risoluzione del dolore psicologico insopportabile. Quindi, in questi termini, il suicidio si configura come la soluzione perfetta per le angosce insopportabili della vita.

Shneidman (1985) suggerisce le seguenti caratteristiche tipiche del suicidio che possono essere utili per aiutare i soggetti a rischio: 1. Stimolo (dolore insopportabile): ridurre il dolore; 2. Stressor (bisogni frustrati): soddisfare i bisogni frustrati; 3. Scopo (trovare una soluzione): fornire una risposta alternativa 4. Fine (cessazione della coscienza): indicare alternative 5. Emozioni (Hopelessness-helplessness): trasferire speranza 6. Attitudine interna (ambivalenza): prendere tempo 7. Stato cognitivo (costrizione): aumentare le opzioni 8. Atto interpersonale (comunicare l’intenzione) ascoltare la richiesta, coinvolgere gli altri; 9. Azione (mettere in atto): bloccare le uscite 10. Compatibilità (con schemi abituali): richiamare meccanismi di coping di successo usati in precedenza.

Secondo Shneidman (1996) ci sono degli elementi che sono presenti in almeno il 95% dei soggetti suicidi; egli chiama questi elementi Commonalities of Suicide: 1. Lo scopo del suicidio è trovare una soluzione; non si tratta mai di un atto privo di fine. Si riferisce invece al voler uscire da una crisi, da una situazione insopportabile che genera il dolore psicologico; 2. Il fine del suicidio è quello della cessazione della coscienza. Si può meglio comprendere il suicidio se lo si considera come un atto che abolisce la coscienza dell’individuo dove alberga il dolore mentale insopportabile e perciò si propone come la migliore soluzione per l’individuo. È questa la miscela esplosiva per il suicidio, ossia il momento in cui l’individuo, abbandonate altre possibilità di soluzione, inizia l’organizzazione dell’atto letale; 3. Lo stimolo al suicidio è il dolore psicologico. Se la cessazione è ciò che l’individuo cerca di ottenere, il dolore psicologico è ciò da cui l’individuo cerca di fuggire. Nei suicidi si ritrova, ad un’attenta analisi, la combinazione tra volere la cessazione della coscienza e l’allontanamento dal dolore psicologico insopportabile. Il suicidio non esita mai dai momenti felici. I pazienti descrivono tale dolore in molti modi come “Sono morto dentro”, “Sentivo un dolore fortissimo dentro”; “Sentivo onde di dolore propagarsi nel mio corpo”. Il suicidio è una risposta ad appannaggio esclusivo dell’uomo nei confronti di un dolore psicologico estremo. Se si riduce il livello di sofferenza il suicidio non si verifica; 4. Lo stressor comune nei suicidi si riferisce ai bisogni psicologici insoddisfatti. Paradossalmente, il soggetto suicida tenta la carta del suicidio per soddisfare bisogni psicologici vitali rimasti frustrati. Questo porta nuovamamente a concludere che possono esserci molte morti nelle quali manca la motivazione del soggetto (incidenti, morti naturali), ma ogni suicidio riflette alcuni bisogni psicologici non soddisfatti; 5. Lo stato emotivo dei soggetti suicidi è riferibile all’hopelessness-helplessness. Questi soggetti affermano “Non c’è nulla che io possa fare (oltre al suicidio) e non c’è nessuno che possa aiutarmi (con il dolore che sto soffrendo); 6. Lo stato cognitivo tipico del soggetto suicida è l’ambivalenza. I soggetti suicidi sono caratterizzati dall’ambivalenza tra la vita e la morte fino al compimento dell’atto letale. Sebbene si apprestino alla morte desiderano ardentemente essere salvati; 7. I soggetti suicidi presentano uno stato di costrizione mentale. Il suicidio può essere compreso come uno stato di costrizione psicologica transitoria che coinvolge le emozioni e l’intelletto. I soggetti suicidi infatti affermano “Non c’era altro che potessi fare”, “L’unica via di uscita era la morte”, “L’unica cosa che potessi fare era uccidermi”. È questa la visione tunnel di cui spesso si parla, nella quale vi è un restringimento del campo delle opzioni disponibili; e nel quale la mente è sintonizzata su due sole possibilità: una soluzione lieta (quasi magica) oppure la cessazione, il suicidio. In questi casi vige la legge del tutto o del nulla. 8. L’azione tipica dei suicidi è la fuga, un esodo da qualcosa di angosciante; 9. L’atto interpersonale tipico dei soggetti suicidi è la comunicazione dell’intenzione. Dalle prime autopsie psicologiche è emerso che nelle morti equivoche, poi classificate come suicidi, veniva comunicato l’intento suicidario in modo più o meno esplicito. Questi soggetti, piuttosto che comunicare ostilità, rabbia o depressione, comunicavano verbalmente o con il loro comportamento il fatto che si sarebbero uccisi; 10. I pattern del suicidio sono assimilabili agli schemi adattativi della vita dell’individuo suicida. In altre parole, osservando come una certa persona si è comportata in altri momenti difficili della propria vita si può prevedere come quella persona si approcci al suicidio. Probabilmente durante altre difficoltà quella persona ha sperimentato la tendenza al pensiero dicotomico e alla fuga dal dolore. Sebbene il suicidio, per definizione, sia un evento mai sperimentato in precedenza, possiamo indagare la mente dei soggetti nei confronti del gesto letale analizzando lutti, separazioni, perdite di vario genere.

Un contributo importante per la comprensione dei pazieti suicidari è quello apportato da Shneidman (1984) con i suoi aforismi. Gli aforismi sono brevi affermazioni che denotano una dottrina o una verità. Gli aforismi di Ippocrate ad esempio sono importanti per la medicina ma in generale vari filosofi o scrittori hanno espresso la loro conoscenza della vita attraverso gli aforismi. Shneidman ne propone 20 inerenti il suicidio e pone particolare enfasi sulla loro importanza per la psicoterapia dei pazienti a rischio di suicidio. Di seguito viene proposta una selezione: - possiamo comprendere lo stato d’animo di chiunque abbia compiuto il suicidio sebbene dobbiamo interferire con ogni piano di suicidio non ancora attuato; - il principale disturbo del pensiero nel suicidio è il restringimento delle opzioni della mente, chiamato costrizione, che induce l’individuo al considerare solo due opzioni: qualcosa di terribilmente doloroso oppure la cessazione; - non vi è nulla di intrinsecamente sbagliato (o aberrante) nel pensare al suicidio; diviene anormale solo quando si pensa al suicidio come unica soluzione; - il problema centrale del suicidio non è la morte o l’uccidere, è piuttosto porre fine alla coscienza e dunque al dolore psicologico, che sfortunatamente a causa della sua natura pone fine alla vita; - se gli individui tormentati potessero porre fine alla coscienza e continuare a vivere, perché non optare per questa soluzione? Nel suicidio “morte” non è la parola chiave. Le parole chiavi sono “dolore psicologico”; - se il dolore fosse alleviato l’individuo sarebbe determinato a vivere…; - Come disturbo psicologico il suicidio si riferisce a bisogni psicologici frustrati, come il bisogno di essere accettati, di raggiungere un traguardo, la dignità, la sicurezza, la protezione, e l’accudimento. Ci sono molte morti senza significato, ma mai un suicidio immotivato. Ogni suicidio è un atto che si riferisce a bisogni insoddisfatti.

I fattori che ruotano intorno al rischio di suicidio sono molti e complessi. Sebbene la grande mole di risorse e ricerche disponibili, non possediamo ancora una chiave di lettura univoca e certa del fenomeno. Tuttavia, i soggetti a rischio descrivono la sofferenza che li attanaglia e nelle loro parole si scorge un vissuto diverso da quello della depressione, dell’ansia o di altri disturbi psichiatrici. Piuttosto, parlano di qualcosa che possiamo comprendere sulla base delle nostre esperienze. Se ci trovassimo al suo posto, sebbene con molte eccezioni, chiunque di noi sperimenterebbe quel dolore psicologico estremo. Quindi le emozioni dei soggetti a rischio di suicidio possono essere comprese, spesso intaccate o alleviate con la vicinanza della nostra comprensione e con l’ostinata determinazione di poter ridurre anche di poco il dramma di questi soggeti.

 

 

 

 

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