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Il problema della nomenclatura

(A cura di M. Pompili)

 

Un grave problema della suicidologia è quello della nomenclatura, in quanto si assiste all’utilizzo di linguaggi diversi tra gli operatori sanitari, con l’inevitabile incomprensione che ne deriva.

 

Autolesionismo deliberato: atti volontari auto-inflitti, dolorosi, distruttivi o lesivi, eseguiti senza l’intenzione di morire.

Ideazione suicidaria: pensieri riferiti alla messa in pratica di azioni atte a produrre la propria morte. L’ideazione suicidaria può avere gravitá diverse a seconda della specificitá di piani di suicidio e del grado dell’intento suicidario

Minaccia di suicidio: verbalizzazione dell’intento di mettere in pratica un atto di suicidio, oppure l’aver iniziato un gesto che, se portato a termine, può condurre al suicidio.

Gesto suicidario: minaccia di suicidio accompagnata da un gesto suicidario (che il paziente ritiene) di ridotta letalitá. Il termine parasuicidio denota un comportamento che manca della vera intenzione di uccidersi, ma che comunica in una certa misura l’intento suicidario

Tentativo di suicidio: secondo la suicidologia classica questo termine dovrebbe essere usato per coloro che, volendo commettere il suicidio, non vi riescono per cause indipendenti dalla loro volontá. Si tratta del termine più usato nel modo sbagliato. La difficoltá risiede nel fatto che in realtá l’individuo può tentare di tentare, tentare di commettere, tentare di non essere letale. In altre parole, maggiori chiarimenti si otterrebbero se si valutasse la letalitá dell’atto, potendo quindi discriminare tra atti a bassa ed alta letalitá. In questo modo si eviterebbe di usare termini senza alcun senso, come “tentativo di suicidio dimostrativo”, “suicidio mancato”, “suicidio abortito”, ecc.

 

 

 
 

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Copyright 2012 Servizio per lo Studio e la Prevenzione dei Disturbi dell'Umore e del Suicidio.

Dipartimento di Neuroscienze, Sapienza Università di Roma