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Il
problema della nomenclatura
(A cura di M. Pompili)
Un
grave problema della suicidologia è quello della
nomenclatura, in quanto si assiste all’utilizzo di
linguaggi diversi tra gli operatori sanitari, con
l’inevitabile incomprensione che ne deriva.
Autolesionismo deliberato:
atti volontari auto-inflitti, dolorosi, distruttivi o
lesivi, eseguiti senza l’intenzione di morire.
Ideazione suicidaria: pensieri riferiti alla messa in
pratica di azioni atte a produrre la propria morte.
L’ideazione suicidaria può avere gravitá diverse a
seconda della specificitá di piani di suicidio e del
grado dell’intento suicidario
Minaccia di suicidio:
verbalizzazione dell’intento di mettere in pratica un
atto di suicidio, oppure l’aver iniziato un gesto che, se
portato a termine, può condurre al suicidio.
Gesto suicidario:
minaccia di suicidio accompagnata da un gesto suicidario
(che il paziente ritiene) di ridotta letalitá. Il
termine parasuicidio denota un comportamento che manca
della vera intenzione di uccidersi, ma che comunica in
una certa misura l’intento suicidario
Tentativo di suicidio:
secondo la suicidologia classica questo termine dovrebbe
essere usato per coloro che, volendo commettere il
suicidio, non vi riescono per cause indipendenti dalla
loro volontá. Si tratta del termine più usato nel modo
sbagliato. La difficoltá risiede nel fatto che in realtá
l’individuo può tentare di tentare, tentare di
commettere, tentare di non essere letale. In altre
parole, maggiori chiarimenti si otterrebbero se si
valutasse la letalitá dell’atto, potendo quindi
discriminare tra atti a bassa ed alta letalitá. In
questo modo si eviterebbe di usare termini senza alcun
senso, come “tentativo di suicidio dimostrativo”,
“suicidio mancato”, “suicidio abortito”, ecc.
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